29 ottobre 1997. Roma, Cinema Europa Luci e suoni….Illusioni?
Il cinema Europa fa parte di un gruppo di sale cinematografiche volute da un produttore ed esercente illuminato che per primo a Roma si preoccupò di avere audio e proiezione di alto livello, senza badare a spese. La qualità deve rispettare lo stato dell’arte, il coinvolgimento dello spettatore deve essere totale, in perfetta comunione con l’autore.
Sono qui in veste di responsabile tecnico della mia società per vigilare affinché stasera tutto sia perfetto.
Pomeriggio.
Posiziono il microfono in un punto medio della sala. Vado in cabina, accendo l’analizzatore di spettro e il processore, faccio partire il rumore rosa ed effettuo l’equalizzazione. Dopo aver controllato i livelli dei canali, passo alla taratura della luce.
Amo questo lavoro di cesello, mi piace sentirmi il tramite tra chi ha fatto il film e chi stasera lo vedrà per la prima volta, però mi manca il premere il pulsante, spegnere le luci, aprire la benda…
Sera.
Pubblico delle grandi occasioni, solo su invito.
Anni fa la maschera, o meglio ancora mascherina, era la ragazza che accompagnava i ritardatari in sala trovando loro posto. Questa figura scomparve quando non fu più consentito l’ingresso in sala a spettacolo iniziato.
Stasera le maschere sono riapparse, in senso letterale: il pubblico in sala viene accompagnato da Mangalores. mercenari alieni presenti nel film che sta per essere proiettato.
Manca poco all’inizio, vado in cabina. Il film è adagiato su un piatto automatico (l’uroboro).
Sale un responsabile della produzione e spiega che quando le luci verranno spente ci sarà un gioco di laser e musica che durerà alcuni minuti. A un certo punto davanti allo schermo ci saranno tre esplosioni simultanee; il film dovrà partire immediatamente dopo.
Leggo la preoccupazione sul volto del giovane proiezionista.
Cerco di tranquillizzarlo.
“E’ un’anteprima particolare, una bella esperienza.”
“Non ho mai fatto una cosa del genere.”
Mi rendo conto che è una richiesta d’aiuto. Una richiesta che accolgo volentieri, i pulsanti sono lì che mi chiamano, il proiezionista che continua a vivere in me esce allo scoperto.
Ripenso alle indicazioni di qualche minuto fa. E’ necessario che il proiettore parta velocemente, il tempo fra avvio del motore e proiezione deve essere brevissimo.
Estraggo dalla borsa un dispositivo che nei proiettori a controllo elettronico serve a programmare l’accelerazione della partenza del motore.
Faccio in modo che la rampa di accelerazione consenta di giungere in soli tre secondi alla fatidica velocità di ventiquattro fotogrammi al secondo.
Faccio scorrere un pezzo di coda, che non si trova alla fine come il nome suggerirebbe, ma all’inizio, in modo che ne rimangano quattro secondi.
Dal citofono una voce concitata gracchia “spegnere le luci” .
Eseguiamo.
Dalla finestra di proiezione vedo muoversi scie colorate e sento una musica che esce da un impianto aggiuntivo. Mantengo l’attenzione e cerco di capire quando sarà il momento giusto.
La musica sale, sale ancora. Di colpo si interrompe. Buio. Dal boccascena, a pochi metri dallo schermo, tre esplosioni in linea. Motore. Quattro, tre, due, uno. Suono, immagine.
Filmauro presenta.
Un film di Luc Besson.
Il proiezionista trae un sospiro di sollievo e mi guarda con gratitudine.
“Hai visto? E’ stato facile. La prossima volta tocca a te.”
Vado in sala e trovo un posto libero.
La storia è coinvolgente, c’è una sorta di monaco che in un futuro prossimo cerca un quinto elemento per salvare la terra. Mi rendo conto che non sono solo uno spettatore, sono diventato parte del pubblico. Ora le emozioni si formano e circolano tra tante individualità che a un certo punto non sono più tali. La sala è come un tempio, isolato dal mondo esterno. Quello che vediamo è una luce riflessa sullo schermo proveniente da una minuscola apertura di pochi centimetri quadrati dove essa è tutta concentrata. La pellicola che vi scorre davanti non è altro che un filtro variabile nel tempo che sottrae alla luce pura e abbagliante alcuni colori e così non vediamo più il bianco che tutto contiene ma il rosso, il blu, il giallo e tutte le loro combinazioni. Il loro perenne mutamento provoca gioia, tristezza, paura, riso.
Il film finisce. Mezza luce. Titoli di coda. Luce piena.
Lascio la sala insieme al pubblico, mi fermo fuori ad ascoltare i commenti.
“Sì, niente male”, dice un quarantenne magro vestito con un loden beige e occhiali dalla montatura robusta, “però la scenografia mi lascia perplesso, è sfacciatamente ispirata a Moebius”.
Lo guardo. La mia memoria fotografica torna ai titoli di coda:
… Musiche: Eric Serra
Scenografia:…Moebius!
Salgo sulla Yamaha Virago, metto in moto, vado dritto verso Corso d’Italia. Dopo il semaforo rallento, passo davanti a un cinema chiuso da anni, il cinema Avila….
Mi ritorna in mente la domanda del messia riluttante all’aviatore nella storia che lessi proprio in quella cabina. “Donald, perché sei qui?”. Ogni risposta conteneva sempre le stesse due ragioni: per imparare e per divertimento.
Accelero, do un colpo al pedale del cambio. Sorrido pensando alle due ruote che prendono velocità. Come le bobine di un proiettore.
Paolo DI Virgilio
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