Negli anni 80 del secolo scorso non esistevano cinema con poltrone numerate, il pubblico veniva ammesso in sala fino ad esaurimento dei posti a sedere e, a volte, capitava che qualcuno rimanesse in piedi e guardasse il film poggiato alla parete. Questo cinema non ha neppure poltrone, ma sedili di legno, come di solito nelle seconde visioni.
Ha anche una galleria, ovvero quella parte di sala che affaccia come un balcone sulla platea. Precisazione doverosa ad uso dei più giovani che probabilmente non ne hanno mai vista una in quanto, con l’avvento delle multisala, sono state trasformate in sale a sé stanti.
La cabina di proiezione è posta sopra la galleria e dal lato opposto al finestrino di proiezione, ha una finestra che affaccia sull’entrata del cinema. Dall’uno vedo la sala piena, dall’altra il piazzale antistante gremito di giovani in attesa di entrare. Afferro il citofono e chiedo istruzioni.
Mi dicono che avrebbero mandato rinforzi per gestire l’afflusso. Dopo circa due minuti l’apparecchio squilla: hanno deciso di aggiungere uno spettacolo in più a quelli già previsti.
Quattro mesi prima.
L’uomo che siede alla scrivania mi ha fatto convocare.
“Di Virgilio, qui risulta che lei è un proiezionista. E’ vero”?
“Si”.
“Le piace la fotografia”?
“Si”.
“Lei è qui da più di un mese, ha visto che abbiamo un bel cinema”?
“Si”.
“Lei è di Roma. Le andrebbe di trascorrere il resto dell’anno qui, facendo il suo lavoro e coltivando una bella passione, anziché fare dieci mesi di guardie in chissà quale posto in Italia”?
Ovviamente risposi “si” anche alla quarta domanda!
Per la seconda volta in poco tempo fui fatto abile ed arruolato. Ma quella che mi era sembrata una proposta “che non si può rifiutare” si rivelò ben presto piena di insidie.
Visitando la cabina fui colto dall’entusiasmo nel vedere che vi erano due bei proiettori 35 millimetri. Ad un esame più attento, che avvenne nell’arco di pochi minuti, di due proiettori ne rimase mezzo, nel senso che uno funzionava poco e male, l’altro aveva marcato visita da tempo ed era stato posto in riposo forzato in attesa di congedo, era praticamente un ferro vecchio.
Il ferro più giovane continuava stancamente a servire la patria a modo suo.
Entrambi necessitavano di urgenti cure e rianimazione. Nelle settimane a seguire mi dedicai all’inizio a quello meno grave. La ricompensa fu che mi consegnai da solo, nel senso che anziché andare in libera uscita proiettavo e rimanevo in cabina a prendermi cura dei malati.
I sintomi erano i seguenti: l’immagine ballava, la proiezione era scura e la poca luminosità era tutt’altro che uniforme, la messa a fuoco era a dir poco approssimativa, il sonoro del tutto privo di acuti.
Per prima cosa sostituii il rocchetto di scatto con uno nuovo che la provvidenza mi fece trovare in un cassetto.
Con la lima e l’aiuto di una morsa rettificai i pattini di proiezione che sono dei pressori che tengono in piano la pellicola nel punto dove riceve la luce per essere proiettata. L’immagine ora era a fuoco e non ballava più.
Centrai la lampada di proiezione e regolai lo specchio parabolico: e luce fu.
Regolai la posizione della fotocellula, poi la messa a fuoco e l’azimut del segmento luminoso che leggeva la colonna sonora.
Nella pellicola cinematografica tutto è scritto per essere letto tramite la luce. La colonna sonora, salvo qualche eccezione, non è una pista magnetica o men che meno un solco, ma una banda trasparente che varia di superficie in funzione delle frequenze e dell’intensità dei suoni da riprodurre. Viene proiettato un sottile segmento di luce mentre la banda scorre; dall’altro lato una cellula fotoelettrica legge le variazioni di luce che passano, le trasforma in variazioni elettriche che a loro volta vengono inviate a un amplificatore. Se il minuscolo segmento non è a fuoco e non esattamente nel giusto asse la qualità dell’ascolto ne risente notevolmente. Non avendo strumenti per una taratura da manuale, collegai una cuffia al sistema d’amplificazione e, ascoltando il risultato, riuscii a regolare decentemente tutti i parametri.
Nel giro di una settimana il primo malato era quasi completamente sanato. Per il secondo ci volle più di un mese di cure. Dovetti infatti smontare tutta la meccanica interna e ottenere dei pezzi di ricambio. Con mia gioia e stupore la sala ebbe un incremento notevole di pubblico, il quale è vero che non pagava il biglietto, ma doveva rinunciare alla libera uscita o a parte di essa per il piacere di vedere un film in compagnia.
In qualche modo mi sentivo responsabile del poco tempo di svago del quale disponevano i miei commilitoni, e la loro soddisfazione valeva per me molto di più del denaro incassato dalla vendita dei biglietti in una sala “civile”.
Me ne resi conto quando, girando per i viali, i nonni non mi chiamavamo più “insetto” o “missile”, ma “cinematografo”.
Di nuovo nell’ufficio del capitano.
“Di Virgilio, lei ha fatto un buon lavoro”.
“Grazie”.
“Il gestore del cinema di Viterbo, dietro compenso, si occupa della nostra programmazione che, a dire il vero, non soddisfa molto né il pubblico né tanto meno il nostro comandante. Che ne direbbe di andare a Roma e fare un’indagine presso la fonte, cioè presso le case distributrici”?
Dopo due settimane diventai anche il programmista del cinema S.A.R.V.A.M. di Viterbo.
Con il budget a disposizione, trattando con i distributori, riuscii ad imbastire una programmazione decente alternando film facili e poco costosi a film di qualità.
Due giorni fa ho proiettato il primo film scelto da me, “Anni di Piombo”, di M. Von Trotta, molto apprezzato dagli avieri più colti (trasversali tra truppa e ufficiali), ma la sala non si è riempita neanche per metà della capienza nel primo spettacolo e appena per un quarto nel secondo.
Oggi è decisamente diverso, per la prima volta nella storia del cinema della Scuola Addestramento Reclute Vigilanza Aeronautica Militare è stato necessario aggiungere un terzo spettacolo. Molti siedono in terra.
Al termine delle proiezioni spengo la cabina e una volta fuori sento i discorsi di chi ha lasciato casa da un paio di settimane.
“Ué, stasera me so’ sentit comme si nun fosse partit, Nino c’ha fatt sentì a casa nostra”.
Sorrido e guardo il manifesto del film nella bacheca, la foto di un ragazzo come loro ma con i biondi capelli lunghi a caschetto. Il titolo… “Popcorn e Patatine”.
Paolo Di Virgilio
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