1974, Roma, cinema Virtus Game Over
Da un po’ di tempo frequento la cabina della sala parrocchiale vicino casa.
Come in tutti i cinema di quartiere oltre al personale che vi lavora abitualmente ci sono degli ospiti più o meno fissi che vengono in gradita visita.
Uno di questi si chiama Manlio. Imparò anche lui il mestiere di proiezionista in questa cabina, poi passò oltre. Divenne un affermato montatore nonché curatore di edizioni italiane di film importanti. Oggi ci parla della sua ultima fatica, la versione per i nostri schermi di un musical visionario che parla di un bambino che perde la vista, l’udito e la parola e che si riscatterà divenendo una sorta di messia quando, da adulto, riacquisterà i sensi.
A quell’età la mia passione per la musica era addirittura superiore a quella per il cinema. Riconobbi dalla storia ciò a cui si riferiva.
“Ma è Tommy! L’opera rock degli Who! Ne hanno fatto un film?”
Manlio sorrise sotto i folti baffi.
“La conosci?”
“Sì che la conosco. Mi piace moltissimo.”
Passano alcune settimane e un mercoledì Manlio ci da appuntamento al cinema, che nei pomeriggi infrasettimanali è chiuso.
Porta con sé alcune scatole di metallo contenenti le parti di un film.
Giancarlo, il mio maestro, le monta e le carica sul proiettore. Non si tratta del film intero ma dei brani più salienti.
Sullo schermo compare Elton John vestito di verde con delle buffe scarpe dai tacchi altissimi. Dovrà sostenere una sfida con il ragazzo cieco e sordomuto per il titolo di campione del mondo di flipper.
Sullo sfondo gli Who accompagnano le musiche potentissime.
Rimango estasiato tra le sedie di legno della platea.
Da quel giorno metterò da parte per mesi la paghetta settimanale e a giugno finalmente riuscirò ad acquistare “Tommy, The Original Soundtrack” al prezzo di lire settemila.
Il mio primo disco vero.
1977, Roma, cinema Abadam
Il mio primo vinile è ormai consunto, la copertina interna lo è ancora di più, sfogliata più e più volte fino a imparare a memoria i testi di tutti i brani.
Suona la campanella. Le lezioni sono finite. Mi incammino verso la fermata dell’autobus con la mia compagna di classe preferita, Filomena, detta Lilly. Ha un anno più di me, è una delle poche ragazze che frequentano l’istituto tecnico industriale.
“Sai che tra due giorni nel cinema di borgata fanno quel film di cui mi hai parlato tanto?”
“Quale film?”
“Tommy. Vorrei tanto vederlo”.
Lilly mi piaceva moltissimo, colsi il suo invito, neanche troppo velato, e le proposi di venire al cinema con me, forte anche dei mezzi economici dei quali disponevo grazie alle mie prime paghe da mago della proiezione nella sala parrocchiale.
E’ il grande giorno.
Spettacolo pomeridiano, vado alla cassa, acquisto i biglietti ed entriamo.
Siamo gli unici due spettatori.
La proiezione inizia. Disquisisco sulla mediocre qualità della stessa, dandomi arie da tecnico consumato.
La musica e le immagini prendono il sopravvento. Mi lascio coinvolgere ancora una volta, estraniandomi momentaneamente dalla sala vuota e dalla presenza di Lilly.
Forse fu in seguito a questo che lei decise che saremmo stati solo buoni amici.
3 settembre 2005, Roma, Fori Imperiali
Tardo pomeriggio.
Parcheggio la Yamaha Drag Star nei pressi di largo Argentina. C’è folla, raggiungo a piedi l’altare della patria. Faccio fatica a percorrere Via dei Fori Imperiali, piena come un autobus nell’ora di punta.
Giunto quasi a metà riesco a malapena a vedere il grande palco ai piedi del Colosseo.
Un fragoroso applauso accoglie l’ingresso di Elton John. E’ un rotondetto signore di mezza età. Si siede al pianoforte, poche note e parte inconfondibile l’arpeggio velocissimo di “Pinball Wizard”. Lo vedo trasformarsi sotto i miei occhi nel campione di flipper di trent’anni prima con vestito verde, tacchi, occhiali e tutto il resto.
A metà del brano sento un suono che non è di un flipper né di un pianoforte.
E’ il mio telefono.
Ho avuto la domenica libera a patto di essere reperibile, quindi rispondo.
La voce di Fabio, incredibilmente, sovrasta i suoni e i rumori dell’ambiente.
“Dove sei? Devi correre all’Intrastevere.”
“Sono a via dei Fori Imperiali, ci metto un po’ a uscire. E’ proprio necessario?”
“Sì. E sbrigati pure, hanno una sala ferma!”
Cammino mestamente a ritroso tra la folla, raggiungo la moto e in pochi minuti sono a destinazione.
Vengo sempre volentieri qui, anche se questa volta ne avrei fatto volentieri a meno.
E’ un posto accogliente, e poi c’è Stelio, una persona speciale che sa trasmetterti tranquillità e forza anche se il mondo sta per crollare.
Faccio il mio lavoro e mi trattengo ancora un po’. E’ ormai notte quando risalgo sulla moto, ma non torno a casa, decido di fare un giro per i cinema che stanno chiudendo.
Passo davanti al Mignon. Qualche anno fa qui ritrovai Manlio che, per nostalgia o per necessità, volle tornare dopo tanti anni a fare il proiezionista.
2019, Roma, Via Bitinia.
La sala è piccola, le pareti rivestite di materiale fonoassorbente grigio, vestigia di quello che tanti anni fa fu uno studio di doppiaggio.
Lo schermo è enorme in rapporto alle dimensioni del locale.
Per la prima volta ho un cinema mio. Nel realizzarlo ho messo tutto quello che ho imparato in questi anni e oggi voglio fare una proiezione solo per me.
Le luci sono spente, l’impianto ha una potenza notevole; il dvd contiene l’audio rimasterizzato di un film uscito quarantacinque anni fa.
Partono le prime scene.
Inghilterra, seconda guerra mondiale.
Un aviatore parte per il fronte.
Musica fragorosa, inizia il canto del narratore mentre le immagini mostrano un postino che consegna una lettera a sua moglie
“Captain Walker will never come home. His new-born child will never know him…”
Suo figlio Tommy nascerà, perderà la vista, l’udito e la parola e viaggerà dentro se stesso.
Insieme alle scene fluiscono i ricordi, la vita mi scorre davanti attraverso occhi nuovi, come quelli di Tommy che, riacquistando la vista, rimarrà abbagliato dal sole.
A volte bisogna lasciar andare il tutto per ritrovarlo e comprenderlo.
Paolo DI Virgilio
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