8 aprile 1997, Roma, cinema Nuovo Olimpia Notturno Blues
Mezzanotte circa. Quelli come me conoscono bene l’odore della notte, tornano a casa dopo l’ultimo spettacolo, a volte poco prima dell’alba perché gli interventi di manutenzione e riparazione preferiscono farli subito dopo la chiusura anziché al mattino, quando tutti se ne vanno e alla stanchezza subentra una lucidità che consente di vedere ciò che che con la luce del giorno rimane nascosto.
Gli operai hanno terminato il montaggio delle poltrone e se ne vanno, io chiudo le porte, mi fermo ancora un po’ nell’atrio e penso. Penso a circa vent’anni fa, quando venni qui con i miei amici a vedere per la prima volta un film di cui parlavano i nostri fratelli maggiori, “Woodstock, tre giorni di pace, amore e libertà”. La sala era piena, eravamo seduti in terra, il suono era fastidiosamente gracchiante, ma non aveva molta importanza. L’importante era essere lì, essere tanti.
Dopo alcuni mesi il cinema chiuse, ne fecero un archivio lasciando la struttura pressoché inalterata. Poi, un anno fa, quando iniziai a lavorare per il circuito che lo gestisce tuttora, Fabio mi annunciò: “Riapriamo il Nuovo Olimpia”.
I lavori furono completati velocemente, tre squadre si alternavano, il cantiere era aperto ventiquattro ore su ventiquattro e dopo pochi mesi eravamo pronti per la riapertura di questa storica sala nel cuore della città.
Qui la prima proiezione avvenne nel 1898, effettuata dai fratelli Lumière in persona venuti in Italia a presentare, in quello che all’epoca era un teatro, la loro invenzione, le Cinématographe. Tra pochi giorni, quasi un secolo più tardi, il cinema tornerà ancora una volta tra queste antiche mura.
Il sistema di proiezione delle due sale si trova in un’unica cabina, con due apparecchi uno opposto all’altro.
Dopo essermi occupato del montaggio dei proiettori, ora finalmente, a sala vuota, nel silenzio della notte, posso dedicarmi a uno dei miei momenti preferiti, la taratura dell’impianto audio.
Impiego circa un’ora per la sala principale, ma… la copia del film non è ancora arrivata. Non resisto alla curiosità e, anche se non è una procedura del tutto ortodossa, lo provo mettendo della musica. Avvio il lettore e vado in sala.
Parte il primo pezzo di una raccolta di musica blues di varie epoche, è un brano di Robert Johnson degli anni ’30.
Niente è casuale, non lo è neppure la scelta apparentemente fortuita di questo album.
Seduto tra le poltrone di velluto rosso mi lascio andare all’ascolto e ai pensieri. Socchiudo gli occhi e immagino quante persone hanno vissuti qui momenti importanti, quasi riesco a vedere ancora i volti sorridenti di un uomo e una donna che sono entrati qui da perfetti sconosciuti e ne sono usciti con quello che sarebbe stato il compagno di tutta la vita.
Accadde così anche a mio padre e a mia madre, si conobbero in un cinema negli anni ’50, la sala era piena e mio padre Ermanno chiese ad Agostina se avesse avuto la cortesia di tenere il suo posto mentre si alzava per qualche minuto. Al termine della proiezione andarono via insieme e così, alcuni anni dopo, arrivai io.
Scorrono i brani, ad un certo punto una voce familiare, un ricordo…
Quattro anni prima esco dal nuovo Sacher dopo l’ultimo spettacolo, attraverso la strada e percorro pochi metri, sono davanti al Big Mama, un locale di Trastevere conosciuto come la casa del blues.
Da alcuni giorni è tornato a Roma per diverse serate un uomo speciale, poco più che sessantenne. Viene dal sud degli Stati Uniti e per questo si fa chiamare Louisiana Red.
Entro e saluto Daniele, il mio amico che è alla cassa.
“Dai, scendi, stasera è meglio del solito, è davvero ispirato”.
Due sere prima, nel mio giorno libero, ero riuscito a vedere un suo concerto per intero.
Stasera sta suonando già da più di due ore. E’ seduto, un omone alto e leggermente curvo, i capelli crespi su un viso espressivo e particolare. Non conobbe mai sua madre, una nativa Cherokee morta pochi giorni dopo la sua nascita; fino all’età di cinque anni fu cresciuto da suo padre, ucciso nel 1937 in un linciaggio ad opera del Ku Klux Klan.
Nel mignolo della mano sinistra ha un collo di bottiglia che scorre sulle corde liberando le note dal giogo della scala temperata.
Gli ascoltatori sono incantati, come se davanti ai loro occhi scorresse il film della vita errabonda dell’ultimo autentico bluesman.
Le dodici batture tipiche del blues si ripetono tante volte, in un movimento circolare che gira, gira, gira. Gira come una bobina di proiezione e questa volta arriva da cuore a cuore.
Il concerto è finito, rimango a parlare con Daniele.
Pasquale, il gestore del locale, sale con Louisiana che ha in mano una vecchia chitarra acustica, si siede sulle scale e ricomincia a suonare sommessamente. Pasquale deve accompagnarlo alla pensione e dovrà convincerlo a lasciare qui la chitarra. E’ un accordo che ha preso con l’albergatore per evitare che passi tutta la notte a suonare.
Usciamo tutti e quattro, ognuno va per la sua strada.
Le ultime note di Alabama Train sfumano tra le poltrone di velluto rosso, mi alzo, chiudo la cabina, spengo le luci, attraverso l’atrio al buio, esco e abbasso la saracinesca.
Con un colpo di pedale accendo la Vespa, percorro via del Corso fino a piazza Venezia, è tardi, fa freddo, poche macchine, giro in direzione di corso Vittorio, il rumore della Vespa sembra quello di un vecchio treno che sferraglia sotto il sole della Louisiana.
Paolo DI Virgilio
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