Panta Rei (notte di navi, statuette e moschettieri)

23 marzo 1998, Roma, Cinema Quattro Fontane

Panta Rei (notte di navi, statuette e moschettieri)

Cosa ci faccio qui.

Quasi due anni fa, negli ultimi tempi in cui lavoravo al Nuovo Sacher, insieme a Fabio, Fabrizio ed Ennio avevo dato vita alla Kinoroma, una società che si occupava di distribuire proiettori tedeschi nella mia regione.

La prima commessa importante fu quella che ottenemmo dal nascente Circuito Cinema srl, un gruppo composto essenzialmente da distributori e guidato da Fabio Fefè, eclettico esercente romano col quale ci conoscevamo e stimavamo da anni, da quando lui, gestore di un piccolo ma importante cineclub sulle rive del Tevere, veniva periodicamente al Capranica in visita dal signor Zignani, capo del personale e programmista, per concordare la programmazione della sua struttura

Non ci perdemmo di vista neppure ai tempi del Nuovo Sacher, in quanto Largo Ascianghi era vicinissimo a un altro pezzo di storia del cinema romano di qualità a cui Fefè aveva dato vita, la multisala Greenwich.

Fui vittima di un bonario ricatto: prendiamo i tuoi proiettori, che peraltro sono ottimi, ma tu entri a far parte della nostra squadra.  Un’altra offerta che non potevo rifiutare!

Poco dopo mi trovai nel cantiere del Quattro Fontane.

Circa cinquant’anni fa la sala era ancora un teatro, inglobato nello storico Palazzo Del Drago; successivamente divenne un cinema importante ma chiuse ben prima dalla crisi degli anni ’80.

Provai una bella sensazione nel contribuire al risveglio di questo gigante addormentato.

Non era più tempo di cinema con grandi platee e gallerie, la ristrutturazione prevedeva il frazionamento in quattro sale.

Con Fabrizio curammo attentamente la progettazione e la messa a punto dei sistemi audio per ottenere il massimo della qualità, senza badare a spese. In realtà avremmo dovuto badarci, perché le spese erano le nostre, ma noi eravamo dei tecnici e non dei direttori commerciali, quindi ci  accordammo per dare il massimo risultato al minimo prezzo.

Stasera è una serata speciale: la notte degli oscar. Telepiù, la tivù a pagamento digitale, ha voluto trasformare la sala uno in studio televisivo per seguire in collegamento da Hollywood la premiazione più attesa dell’anno.

Nelle ore che precedono la diretta notturna il pubblico verrà intrattenuto in tutte le sale con l’anteprima de “La Maschera di Ferro”.

Nell’atrio  sono previste attrazioni di vario tipo, tra le quali un’area relax dove alcuni massaggiatori orientali dimostrano la loro abilità.

E’ passata la mezzanotte, un temporale si abbatte su Roma, la pioggia è talmente violenta che rivoli  d’acqua entrano passando sotto la porta, Marco, il direttore della sala, si adopera affinché vi sia meno disagio possibile.  Passa mezz’ora e mi compare davanti visibilmente preoccupato: “devo mostrarti una cosa”.

Mi conduce vicino a uno dei bagni del piano terra, fendendo la folla più o meno vip che si trastullava nell’atrio.

La scena  era a dir poco preoccupante: le fogne non riuscivano a raccogliere quel diluvio che stava venendo giù e, di conseguenza, la marea, non potendo defluire verso il basso, cercava sbocco attraverso le aperture disponibili, ossia i sanitari dei bagni che, gorgogliando, si preparavano per poco invitanti giochi d’acqua.

In questi casi, la parola d’ordine è sempre: calma e savoir-faire. Raccolsi tale comandamento e mi recai nell’atrio a cercare di spostare l’attenzione verso le sale e, soprattutto, mi preoccupai di far spostare altrove gli ospiti dei massaggiatori, i quali giacevano comodamente a terra su morbidi cuscini.

Fu un buon lavoro di squadra, tutti per uno e uno per tutti come recitava il buon Leo Di Caprio poco fa sugli schermi,  io mi occupavo dell’elemento umano,  Marco, eroicamente, con secchi, stracci e quanto altro disponibile, arginava le acque e il disastro fu evitato.

La diretta televisiva prosegue intanto nella sala maggiore dove nessuno si è accorto di nulla, l’unica acqua con la quale hanno a che fare è quella del film vincitore: “Titanic”.

Quasi l’alba, il pubblico defluisce dall’atrio senza bisogno di scialuppe, l’acquazzone è passato oltre; la stanchezza si fa sentire e in pochi rimangono per commentare brevemente vincitori e vinti.

Della piazza colorita che aveva preso vita nell’atrio non rimane nulla, niente più cuscini variopinti né tavoli colmi di vivande invitanti.  I tecnici esterni stanno smontando gli ultimi monitor, io ho già chiuso tutte le cabine; poco dopo con Marco abbassiamo la saracinesca,  le prime luci del giorno si riflettono sui sampietrini bagnati di Via delle Quattro Fontane.

“Ciao, a più tardi”

Una persona normale andrebbe subito a casa per recuperare un po’ di sonno.

Noi no.

Roma a quest’ora è bellissima, scorgo poco distante la sagoma di Santa Maria Maggiore.

Era qui prima che esistessero gli oscar, prima che esistesse il cinema,  prima che  questo paese si chiamasse Italia,

O forse…

Forse anche noi siamo in una grossa bobina che contiene Tutto e che si sta svolgendo davanti ad un fascio di Luce.

Paolo Di Virgilio

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